A Bagdad (IRAQ) cresce l'odio tra Sciiti e Sunniti : 

Dopo il crollo della Cupola della Moschea inizia la guerra civile:

Sono già oltre 500 i morti tra Sciiti e Sunniti e centinaia i feriti in meno di una settimana 

(Vedi anche ricerca su Integralismo Islamico)

 

IRAQ: L’ODIO SETTARIO DIVIDE LE CITTÀ MISTE

20-11-2005

Sabrina Tavernise


New York Times

Alternate

Baghdad - La città di Abu Noor era diventata così ostile verso gli sciiti che sua moglie non era uscita di casa per un mese, la sua famiglia non poteva più andare in ospedale e colpi di mortaio avevano colpito le case di due dei suoi leader religiosi.

“Non potevo neanche aprire la porta e starmene nel mio giardino”, racconta.

Così, quando Abu Noor, uno sciita di Tarmiya, una città a nord della capitale a forte maggioranza sunnita, si è imbattuto in un vecchio amico, un sunnita che aveva i suoi stessi problemi in un quartiere sciita di Baghdad, i due hanno deciso di scambiarsi le case. Hanno anche usato lo stesso furgone per i traslochi.

Due anni e mezzo dopo l’invasione americana dell’Iraq, le profonde divisioni che hanno per lungo tempo spaccato la società irachena sono violentemente venute in piena luce. Mentre l’odio tra sunniti e sciiti si rafforza e l’incessante tributo di bombe e assassinii cresce, le famiglie lasciano le loro città miste per cercare zone più sicure dove non siano automaticamente considerate dei bersagli. Così facendo, stanno creando delle enclave sempre più polarizzate e ridisegnando la mappa delle fazioni in Iraq, specialmente a Baghdad e nella cintura delle città che la circondano.

Le prove di questo fenomeno al momento si limitano ai resoconti verbali: il governo non sta monitorando gli spostamenti. Secondo un conteggio approssimativo, circa 20 tra città e paesi nei dintorni di Baghdad stanno subendo un processo di segregazione, secondo i resoconti degli sceicchi locali, di organizzazioni non governative irachene e funzionari militari, e delle stesse famiglie. Quelle zone sono tra le più promiscue e le più violente in Iraq: secondo i militari americani, l’85% degli attacchi nel Paese si concentrano in quattro province, tra le quali Baghdad ed altre due a nord e ad ovest della capitale.

L’instabile miscuglio di sette è un retaggio dell’epoca di Saddam Hussein, il quale favorì i proprietari terrieri sunniti dei lussureggianti territori intorno a Baghdad, per rafforzare la loro lealtà e proteggersi dagli sciiti del sud. Gli sciiti venivano a lavorare la terra e talvolta per acquistarla. Abu Noor si trasferì a Tarmiya nel 1987 dopo che il governo aveva dato il terreno a suo padre.

“I luoghi più violenti sono i paesi e le città intorno a Baghdad”, afferma lo sceicco Jalal al-Dien al-Sagheer, membro del parlamento per un partito religioso sciita. “Era un cerchio che è stato inventato. Prima non esisteva”.

Il risultato è stata una carneficina di dimensioni imponenti. A Tarmiya, un caro amico sciita di Abu Noor che l’aveva aiutato a imballare il suo mobilio e l’aveva accompagnato a Baghdad ha ricevuto una lettera in cui gli si intimava a lasciare il paese o sarebbe stato ucciso. Diciannove giorni dopo è stato colpito a morte nel suo negozio di falegnameria davanti a suo padre e a suo fratello. Complessivamente, almeno otto tra amici e parenti stretti di Abu Noor, tra i quali un fratello, sono stati uccisi dall’inizio del 2004.

I motivi degli attacchi sono spesso complicati. Le complesse reti di affiliazioni tribali e condizioni sociali che governano la vita di ogni giorno in Iraq spesso non si riducono all’equazione lineare “sciiti contro sunniti”. Sempre più spesso, invece, nonostante gli appelli di alcuni leader religiosi sciiti e politici sunniti, gli attacchi si sono verificati. Una frangia prevalentemente sunnita sta conducendo attacchi violenti contro civili spesso sciiti, mentre squadre della morte sciite perseguitano apertamente i sunniti per vendetta, e il governo a maggioranza sciita effettua regolarmente arresti nei distretti sunniti. Espressioni di pregiudizio sono apparse sui muri e anche su volantini.

A Tarmiya è stata scarabocchiata sui muri della città la scritta: “Fuori di qui i seguaci di Badr! Traditori! Spie!”, che fa riferimento all’ala armata di un partito religioso sciita. A Madaen, una città mista a sud di Baghdad, sui muri di molti edifici pubblici è apparsa una lista di nomi come ammonimento a lasciare la città. Molti lo hanno fatto.

A Samarra, lo scorso autunno, sono apparsi volantini che proclamavano in un goffo stile infantile che Samarra è una città sunnita.

“All’inizio pensavamo che fossero scritti da ragazzini e che qualcuno li avrebbe puniti”, dice lo Sceicco Hadi al-Gharawi, un imam che ha lasciato Samarra, a nord di Baghdad, alcuni mesi fa. “Ma poi abbiamo scoperto che si trattava di adulti, e che facevano sul serio.”

Suo nipote, Ahmed Samir al-Gharawi, di 15 anni, che si è trasferito a Baghdad separatamente con la sua famiglia a settembre, era uno di due sciiti nella sua classe di scuola superiore a Samarra. A gennaio, i suoi compagni di classe indagavano per scoprire se la sua famiglia avesse votato in una elezione nazionale. “Cercavano di scoprire la verità scherzando”, ha riferito. “Io non gliel’ho detto”.

Samarra è un luogo santo dell’Islam sciita con due templi sacri, e gli sciiti hanno vissuto là per centinaia di anni. Nonostante ciò, in maniera simile a quanto accade a Tarmiya, gli imam sciiti sono stati attaccati e le attività commerciali sono diventate bersagli, riferisce lo sceicco Gharawi, sicché gli sciiti hanno cominciato a lasciare la città. Emad Fadhel, un uomo d’affari sciita che si è stabilito là 38 anni fa, ha stimato che tra 200 e 260 famiglie sciite vivessero nella città prima del 2003, una cifra che lui dice di aver appreso distribuendo medicinali alle famiglie povere. Di queste ne rimangono meno di 20, secondo Fadhel, che si è trasferito con la sua famiglia lo scorso agosto, poco dopo che una bomba a mano era stata lanciata contro suo padre.

Il terrore ha colpito Ali Nasir Jabr, un ragazzo dodicenne dagli occhi tristi, il 20 agosto, quando quattro uomini armati sono entrati nella casa della sua famiglia a Samarra e hanno cominciato a fare commenti sull’origine sciita della sua famiglia. Ali, che fingeva di dormire su una stuoia sul pavimento, ha detto di aver sentito sua madre rispondere che la famiglia aveva vissuto nella città per diciotto anni. Quindi quegli uomini hanno sparato uccidendo il padre, la madre, i due fratelli e la sorella. Ali è corso alla casa di un vicino per chiedere aiuto, poi è tornato indietro da solo per attendere l’arrivo dei soccorritori.

“Li ho esaminati e li ho baciati, uno ad uno”, racconta Ali, seduto in una moschea al centro di Baghdad, con i pantaloni stretti da una piccola cintura. “Qualcuno poteva essere ancora vivo.”

Ora Ali vive a Kut, nell’Iran meridionale, con uno zio. Le richieste di autopsie, i certificati di morte e l’organizzazione dei funerali l’hanno costretto a spostarsi fra tre città con i cinque cadaveri nella calura estiva. Lui ha dato una mano ad avvolgere e a trasportare ciascuno di loro. Ai funerali, in una zona mista a nord di qui, una dozzina di amici armati facevano la guardia, racconta suo zio.

Alcuni iracheni, nonostante anni di uccisioni di massa di curdi e sciiti durante il dominio di Saddam Hussein, ancora sostengono che le divisioni tra sette non esistevano in Iraq prima dell’invasione americana. Ma grattare appena sotto la superficie si rivela doloroso in molte case sciite. Abu Noor ricorda di aver chiesto ad un insegnante di scuola superiore a Tarmiya il significato della parola “shroogi”, un termine spregiativo per “sciita”. Gli sciiti cercavano di nascondere i loro cognomi. Al giorno d’oggi, il profilo settario che sta assumendo il governo, che è sciita, va in senso opposto, e così ci sono persone che comprano carte di identità false per nascondere i loro cognomi che sono chiaramente sunniti.

Per quelli che sono rimasti nei loro quartieri misti, la vita è diventata circoscritta. Ad Ur, un quartiere di Baghdad che è sciita all’80%, Wasan Foad, un sunnita di 32 anni, ha sviluppato una sorta di sintonia con i tempi degli attentati suicidi. Foad racconta degli occhi della gente su di sé e dei mormorii anti sunniti al mercato dopo un grosso attentato a Hilla questo inverno.

“Eravamo come prigionieri nelle nostre case”, dice Foad, che questa estate si è trasferito con sua moglie e i suoi tre figli piccoli nel distretto a maggioranza sunnita di Khudra. I percorsi delle migrazioni sono diversi per i sunniti. Le minacce per loro sono arrivate non tanto da lettere anonime, quanto da arresti su larga scala da parte della polizia e dell’esercito iracheno, largamente sciiti, criticati dai sunniti come arbitrari e ingiustamente limitati ai quartieri sunniti. Lo sceicco Hussein Ali Mansour al-Kharaouli, membro del Partito islamico iracheno, ha detto che molte famiglie sunnite si sono trasferite da Jibelah, Muhawail, Iskandariya e Haswa, tutte a sud di Baghdad, per sfuggire agli arresti.

La rete è ampia e il trattamento può essere rude. Thiab Ahmed, un sunnita di Madaen, un paese a sud di Baghdad che ha conosciuto gravi lotte tra le sette, racconta che suo fratello, Khalid, è morto in una prigione del ministero degli interni il 20 ottobre, sette giorni dopo che agenti della polizia irachena lo avevano arrestato. Ahmed, parlando ad una organizzazione sunnita per i diritti umani, ‘La Voce della Libertà”, ha mostrato le foto di un uomo il cui corpo era stato mutilato e crivellato di buchi con un trapano, un metodo spesso usato dagli inquirenti sciiti.

“L’ho trovato nell’obitorio”, ha detto Ahmed, con il volto duro. “Era etichettato come ‘Corpo sconosciuto’”.

I mandati di cattura erano il motivo per cui l’amico sunnita di Abu Noor voleva lasciare Baghdad. Due dei suoi fratelli erano ricercati dalla polizia, racconta Abu Noor, e la famiglia pensava che fosse meglio abbandonare la zona, un distretto a maggioranza sciita a nord-est di Baghdad chiamato Huriya. La famiglia aveva le sue radici tribali nel paese di Abu Noor e là si sentiva al sicuro. Le famiglie respirano meglio nelle loro nuove vite. Una intera comunità di sciiti da Samarra, Tarmiya e altre città a maggioranza sunnita vive a proprio agio in modeste case lungo le stradine affollate di negozi di Huriya.

Ma rimane il rancore. Un ex circolo di ufficiali che Abu Noor ha contribuito a trasformare in una moschea provvisoria per le funzioni religiose sciite nel 2003 è stato trasformato in un campo da gioco, racconta. Lui si sforza di tenere i suoi risentimenti fuori dal suo rapporto con l’amico sunnita. Ogni mese questi viene a riscuotere la differenza nell’affitto: l’appartamento di Baghdad è più caro e Abu Noor paga la differenza di 140 dollari.
La scorsa settimana Abu Noor ha fatto domanda per un posto nel nuovo esercito iracheno. È il modo in cui può legalmente prendersi la sua vendetta, ha detto.

Fadhel, l’uomo d’affari sciita di Samarra, ora vive non lontano da Abu Noor. Quando gli è stato chiesto se sarebbe ritornato alla sua vecchia casa, lui ha raccontato una favola irachena. In essa, un padre lascia suo figlio a prendersi cura di un serpente danzante che dà monete d’oro. Il figlio avido cerca di uccidere il serpente per prendersi tutto il suo oro e viene morso a morte dal serpente, ma non prima di avergli tagliato la coda. Il padre ritorna e trova il figlio morto e il serpente ferito, e tenta invano di farsi perdonare.

Il serpente risponde che l’uomo non avrebbe mai dimenticato suo figlio, e lui non avrebbe mai dimenticato la sua coda. “Non potremo più essere amici”, ha concluso Fadhel.

ULTIMISSIME:

Dopo il crollo della Cupola d'oro della Moschea sciita che ha causato decine di morti è iniziata a Bagdad la guerra civile tra Sciiti e Sunniti; Sono già 130 i morti e centinaia i feriti tra Sciiti e  Sunniti. (23-2-2006).

Il numero dei morti tra Sciiti e Sunniti ha superato il numero di 500 unità e migliaia sono i feriti solo in una settimana. Da fonti americane i morti hanno superato le mille unità. (Martedì 28 Febbraio 2006).

Senza tregua attentati e sanguinose rappresaglie
Strage vicino ad una moschea sciita a Baghdad


BAGHDAD, 1.
Non si arrestano le violenze. Nell'esplosione, ieri, di un'autobomba vicino ad una moschea sciita a Baghdad, ventitré persone sono morte ed altre trenta sono rimaste ferite. Nella zona dove è stato compiuto l'attentato è situato un mercato, affollato di gente al momento della deflagrazione.
Sempre a Baghdad questa mattina l'esplosione di un'autobomba, ad un posto di blocco, ha ucciso cinque persone.
Quattro poliziotti iracheni sono stati uccisi in un agguato teso da uomini armati nei pressi di Khalis, a circa sessanta chilometri a Nord di Baghdad. Lo hanno reso noto fonti di polizia.
Il Consigliere per la sicurezza nazionale irachena, Mowaffaq Al Rubaie, ha reso noto che quattro guardie incaricate di proteggere il mausoleo sciita a Samarra - seriamente danneggiato dall'esplosione di mercoledì scorso - sono in stato di detenzione perché sospettate di coinvolgimento nell'attentato dinamitardo. "Abbiamo forti indizi sul loro coinvolgimento, ma non voglio discuterne perché ciò metterebbe a repentaglio l'indagine", ha detto Al Rubaie, citato dall'agenzia "Reuters", aggiungendo che altre sei persone sono state arrestate in relazione all'attentato.
Dal canto suo il Sottosegretario alla sicurezza nazionale, Abdul Karim Al Enazy, ha dichiarato che resta l'interrogativo sul perché gli attentatori, che hanno trascorso ore all'interno del mausoleo per collocare le bombe, non abbiano ucciso nessuna delle otto guardie, ritrovate legate ma incolumi "Non è nello stile di quelli che fanno tali attacchi lasciare vive le guardie; perché non le hanno uccise? Questa è la domanda. È strano", ha affermato Al Enazy.
Il Consigliere per la sicurezza nazionale irachena Al Rubaie ha poi indicato che la formazione del nuovo Governo richiederà almeno due mesi. Al riguardo ha dichiarato:  "Speriamo di potercela fare nel più breve tempo possibile, ma l'ultima spirale di violenza ha ritardato le già difficili consultazioni. Potremo considerarci fortunati se basteranno almeno due mesi".
Per il Presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, l'Iraq deve scegliere tra "caos ed unità". Nella conferenza stampa tenuta insieme al Presidente del Consiglio dei Ministri italiano, Silvio Berlusconi, il Capo della Casa Bianca ha detto:  "Il popolo iracheno e i suoi leader devono fare una scelta fra caos ed unità. La scelta è tra una società libera ed una società in cui comandano gli assassini di persone innocenti".
Dal canto suo Silvio Berlusconi ha confermato che il ritiro delle truppe italiane avverrà, come previsto, entro la fine dell'anno nonostante l'acuirsi delle tensioni nel Paese.
Il direttore dell'intelligence nazionale statunitense, John Negroponte, ex Ambasciatore degli Usa in Iraq, ha elogiato, ieri, il ruolo svolto dai principali leader religiosi iracheni nell'arginare l'ondata di violenze determinata dall'attentato dinamitardo di mercoledì scorso contro il mausoleo sciita a Samarra. Intervenendo al Senato, Negroponte ha detto:  "Per quanto riguarda i leader religiosi dell'Iraq, penso che, almeno in gran parte, abbiano rappresentato una forza di freno".
Il Ministro dell'interno iracheno, Bayan Jabr Sulagh, ha accusato l'"Esercito islamico in Iraq" di aver rapito, il 7 gennaio scorso a Baghdad, la giornalista americana Jill Carroll. Domenica scorsa è scaduto l'ultimatum imposto dai sequestratori, i quali hanno posto come condizione per il rilascio della reporter la liberazione di tutte le donne detenute in Iraq.
Questa mattina si è aperta, a Baghdad, la quattordicesima udienza del processo a Saddam Hussein e ad altri sette gerarchi del passato regime.

(©L'Osservatore Romano - 2 Marzo 2006)